Quando la “complessità” diventa una forma di controllo

03.02.2026 - Massimiliano Sassoli de Bianchi

Esiste un segnale linguistico ricorrente in certi ambienti spirituali che dovrebbe mettere immediatamente in allerta l’allievo, o il potenziale tale. È l’uso sistematico di frasi come: “quello che vi sto dicendo è solo una semplificazione di qualcosa di molto più complesso”, “certe cose non possono essere spiegate a parole”, “non siete ancora pronti per capirle”, “serve un livello più avanzato”

A prima vista, questo linguaggio può sembrare un segno di profondità, o di onestà intellettuale. In realtà, spesso svolge una funzione opposta: trasformare la complessità in uno strumento di potere.

È ovvio che esistano esperienze difficili da esprimere a parole, e significati che richiedono tempo per essere padroneggiati. Ma qui il problema non è la difficoltà in sé. Il problema è come questa difficoltà viene gestita. C’è una differenza radicale tra dire: “questa esperienza eccede il linguaggio, ma possiamo comunque descriverne gli effetti, i limiti, i criteri di riconoscimento” e dire: “questa esperienza eccede il linguaggio, quindi fidati di me e aspetta”. Nel secondo caso, la complessità non è più una realtà da esplorare, ma un velo retorico.

La caratteristica decisiva di questo linguaggio è l’assenza sistematica di criteri verificabili. Non ci sono indicatori condivisibili di avanzamento, né orizzonti temporali, per quanto approssimativi. Tutto è lasciato alla valutazione del guru. Di conseguenza, l’allievo non ha alcun modo di capire dove si trovi, cosa stia realmente apprendendo, né se stia progredendo o semplicemente girando in tondo.

Questo produce un effetto preciso: l’infantilizzazione dell’allievo. Gli viene implicitamente comunicato che non è ancora in grado di comprendere, che la sua percezione non è affidabile, che il suo giudizio è prematuro. Nel frattempo, la scarsa efficacia delle pratiche proposte viene giustificata: se non funzionano, il problema non è la metodologia, ma il livello dell’allievo, il suo non essere ancora pronto per pratiche più avanzate.

L’allievo impara così a dubitare della propria capacità di capire, confonde la profondità con l’oscurità, interiorizza l’idea che la vera comprensione sia sempre rimandata a un futuro indefinito. Si abitua all’attesa invece che alla trasformazione. La dipendenza dal maestro diventa strutturale, perché solo lui, o lei, sembra detenere la chiave di accesso a livelli sempre promessi e mai realmente raggiunti.

Questo non è un percorso di conoscenza. È una forma di gestione dell’autorità.

Un approccio onesto fa esattamente l’opposto. Non protegge l’allievo dalla complessità, ma lo espone subito ad essa. Non nasconde le difficoltà, ma le rende esplicite. Non usa il mistero come giustificazione, ma come problema da esplorare insieme. Questo, però, richiede una condizione fondamentale: che il maestro comprenda davvero quella complessità, al punto da poterne parlare senza banalizzarla e senza trasformarla in un feticcio.

Il parallelo con la scienza è piuttosto istruttivo. Un buon insegnante–ricercatore porta gli allievi rapidamente alla frontiera del sapere. Questa non viene nascosta: viene mostrata per come è compresa in quel momento. Gli strumenti tecnici si affinano strada facendo, ma l’orizzonte è chiaro fin dall’inizio. Nessun insegnante serio protegge l’allievo dalla frontiera del sapere, perché sa che la profondità dell’allievo non è inferiore alla propria: cresce insieme a lui.

Dove c’è reale comprensione, non servono promesse indefinite, né gerarchie fondate sull’opacità. La vera complessità non infantilizza, non crea dipendenza, non chiede fede. Chiede solo di essere affrontata, apertamente e alla pari.